Che ci faccio coi fichi d'India?

16 Aprile 2019 | Racconti

Immagine di paesaggio, simbolo dell’Isola: un’apparenza di spine, per un concentrato di dolcezze. 

Se i fichi d’India si difendono così minacciosamente, è perché hanno nel cuore di polpa carnosa e un sapore delicato come pochi. Un sapore di cui tener conto, quando si portano in cucina, come abbiamo fatto noi per la nostra confettura extra di fico d’India. 

Un po’ di storia, intanto. Il fico d’India (Opuntia ficus-indica) è una pianta originaria del Messico: arrivò in Europa intorno al 1493, quandò tornò a Lisbona la spedizione di Cristoforo Colombo (da qui il suo nome, riferito alle Indie), e si diffuse rapidamente in tutto il bacino del Mediterraneo, dove si è naturalizzata al punto di divenire un elemento caratteristico del paesaggio. 

In Italia il 90% della coltivazione è concentrata in Sicilia. 

Il panorama varietale annovera tre cultivar che differiscono per la colorazione del frutto: gialla (Sulfarina), bianca (Muscaredda) e rossa (Sanguigna). Quella che noi abbiamo scelto per la nostra confettura extra, con oltre il 65% di frutta. 

Ma adesso che ci facciamo? Il nostro suggerimento è di usarla su una fetta di pane caldo per una colazione energetica, di impiegarla per preparare una crostata, ma soprattutto da mettere a tavola per l’aperitivo o la cena, accanto a un buon caprino o in generale dei formaggi a pasta filata, sia freschi che stagionati.

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